da Nascita della madre
1.
Ma ella andava alla mano di quel dio,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza;
chiusa in sé come grembo che prepari una nascita,
senza un pensiero all’uomo innanzi a lei
né alla vita che alla vita risaliva.
Chiusa era in sé. E il suo essere morta
la riempiva come una pienezza.
Come di oscurità e dolcezza un frutto,
era colma della sua grande morte,
così nuova che tutto le era incomprensibile. R.M.Rilke
Euridice è l’apertura del quotidiano sulla marginalità del caos. È la porta sull’al di là che Orfeo sta cercando dal principio per darsi ragione dell’immortalità della sua anima. È la donna senza paura che incarna la sublimazione del femminile nel proprio ruolo. Euridice è “la donna angelicata dei poeti, strumento di comunicazione col mondo ultraterreno, guida dell’uomo verso l’al di là che il maschio non conosce e che teme”(1). Euridice muore perché non può far altro. Come donna idealizzata non trova spazio nella realtà e non può che morire. La morte di Euridice è l’ultima indicazione che Dioniso ancora deve ad Orfeo. Questo è l’ultimo atto di onerosa fede richiesto da Dioniso ad Orfeo, sacerdote dionisiaco: non accettare risposta da nulla quando la morte non è più teorica, quando la morte diventa quotidiana assenza dell’unico essere umano che conti, non formulare domanda, domanda che inevitabilmente senza risposta, riduca la fede allo stesso silenzio; domanda che il tempo condanni per sempre a un muto non senso, quale soltanto sembra, nel lutto, il suo scorre. E questo era l’unico atto di fede che Orfeo, il poeta, davvero non poteva accordare al suo dio.
Fu con la dipartita di Euridice che la morte irruppe nel suo significato materiale nella vita di Orfeo. Non gli apparve in quel giorno terribile la poesia dell’accaduto. Quel giorno che qualcuno lo cercò, carico della frenesia del messaggero di orribile nuova, la morte, gli apparve solo come un conato che gli scosse il corpo convulsamente, qualcosa che il corpo rigetta senza possibilità di espulsione. Non è vero che Orfeo cercò Euridice da per tutto. Sapeva bene, nel quotidiano, il confine tra la vita e la morte, invalicabile, per chi non fosse un dio. Rilke (2) ritenne che Orfeo si avvalse di Ermes, tanto era inaccettabile la perdita di Euridice, tanto non attese tempo che gli intessesse un significato plausibile, tanto la domanda senza riposta che la sua umanità non accettava di tacere, infine gli conclamò definitiva, insanabile, disperazione. Ermes il negromante, l’alchimista, il sagace. Ricorse ad Ermes perché “Quando Ermes cantava sulla cetra, suscitava nel suo pubblico una suggestione senza fine: la seduzione della magia, il desiderio erotico, il potere di curare e di mitigare gli animi e i corpi, la forza di dimenticare, la calma, la quiete, il piacere insinuante dei suoni melodiosi, il profondissimo sortilegio del sonno”(3). Forse avvicinò la farmacia di Ermes, per lenire l’impossibilità di canto, di sacerdozio, di vita. Forse Ermes gli donò soltanto in sogno la possibilità di recuperare Euridice, di rinnovare attraverso la cura del sogno, le sue prerogative che troppo dolorosamente tacevano, annullandogli ogni possibilità di vivere. In sogno forse, gli si presentò il panorama spettrale che doveva contenere tutto ciò che tace: morti e quello che tace come morto, ma che può riaversi. Infatti fu qui che la voce di Orfeo si riebbe, muovendo finalmente in canto al dio dei morti, la domanda che Dioniso pretendeva non fosse posta ad altri che al tempo. “Si narra che allora per la prima volta s’inumidirono di lacrime le guance delle Furie, commosse dal canto. E né la consorte del re, né il re stesso degli abissi, ebbero cuore di opporre un rifiuto a quella preghiera” (4). Gliel’avrebbero ridata, se, come si sa, lui avesse trovato la forza sovrumana di non voltarsi, per accertarsi di essere seguito da lei. Come si sa quella forza gli mancò, come a volte manca la fede. Perché Euridice accompagnata da Ermes lo stava davvero seguendo, ancora avvolta dalle bende funebri e claudicante per il morso della morte. Lo seguiva non viva ma “chiusa in sé come un grembo che prepari una nascita, senza un pensiero all’uomo innanzi a lei, né alla via che alla vita risaliva” (5). Orfeo si risvegliò dal quel sonno alchemico, che l’aveva persa per la seconda volta, che aveva perso per sempre il sacerdozio a cui Dioniso l’aveva consacrato ma aveva trovato il suo canto; “Quel canto che rese la morte, che mai è stata un’estranea, nuovamente conoscibile e tangibile nella sua qualità di tacita complice di ogni cosa viva”(6).
2. donna del tutto
E quando poi dal mio aderire stesso,
la forma scivolò in un altro tempo
di più rare e più estranee conclusioni,
quando nel mio sentirmi voluttuoso
rimase un’aderenza di dolore,
allora, allora preferii la morte
che ribadissi in me questo possesso.
Alda Merini, Presenza di Orfeo
L’uomo libero è un cane. Un randagio. Un latitante. Ma una donna libera? Immediatamente si apre il paradigma della sessualità. Immediatamente è sormontato da quello della sensualità. E la cosa finisce in un sogno erotico più o meno articolato. Ma nell’esperienza femminile, nello spettro delle età di ogni donna, la libertà, per quelle donne portate in tal senso, è segnata da un punto di non ritorno, da una morte. L’infanzia, l’adolescenza, la prima parte della maturità, nel caso fortuito in cui la donna non fosse colpita da diretta o trasversale morte, le sue prime età insomma, sono battute da tutti i venti per la prima volta e nulla è sopito. Ma ad un certo punto, senza che decida, perché come la morte non si decide, accade. Accade e basta. Come un affogamento. Troppo è fatale. Troppo ingenuità, sesso, cibo, digiuni, favole, figli, merce, rumore, noia, parole, silenzi, libri, occasioni, vuoti, a volte, troppo dolore. Ecco che muori. Dopo un po’ tutto riprende. Non è morto il corpo è morto qualcos’altro che pure reagendo non sbalza. E per un po’ non sei efficace, come fossi un fantasma che allunga una mano che non si posa ma passa attraverso. Può essere che accada in seguito a un episodio, come nel caso di Fatima, la figlia del profeta Maometto. Mentre preparava la cena: un agguato che infrange la normalità, niente di cruento, se non il ritorno del marito con una concubina. L’agguato non è il fatto in sé, ma l’evidenza di una ferocia mascherata da indifferenza, che porta Fatima non a frugare la sua ferocia ma a mettere per errore la propria mano nell’acqua bollente, senza tuttavia avvertire dolore. La mano che ardendo non prova dolore è morta. La negazione della libertà di dolere è la politica attuata da sempre per mettere a morte le donne; la politica che anche molte donne attuano volentieri nel tentativo di abbattersi lentamente ma definitivamente da sole. La mano dissociata, un cortocircuito che distanzia i sensi dall’audizione del corpo. L’ultimo singulto dell’impiccato e una pausa. Morte. C’è un pausa, nell’attesa che si concretizzi di nuovo tutto. Un buco nero. La più serena delle disperazioni. Un cadavere è ciò che vedi nel fare la tua conoscenza al centro della morte che c’è tra due epoche. E tu in quel punto, a trovarci lei, l’altra te, in un faccia a faccia spaventoso. Questa morte è un ovocita che ospita due gemelle non precisamente identiche ma somiglianti, una sei tu, l’altra è lei. Tutte due ancora da nascere. Una è viva, l’altra è morta. Può accadere anche prima di una certa età, quando, come detto, una morte vera ti imprime come un suggello l’altra, sulla pelle, sul corpo, ti tatua una forma spezzata di femmina. Spezzata come il legame che Lilith infranse con quella normalità che non s’accorge e che per accorgersi deve ammalarsi brutalmente della propria bestialità oppure dilagare senza scampo nell'indifferenza. In ogni caso quella morte è azzeramento, simbolo di frattura irreversibile, quella che ti fa cadere nel freddo della notte desertica in cui Lilith sa che prima o poi le sarai gemella. Tu a morire e lei a nascere.
Il “tutto”, fin da piccola, ti insegnano a crederlo “una parola sfrontata e gonfia di boria" una parola che "andrebbe scritta tra virgolette, finge di non tralasciare nulla di concentrare, includere, contenere avere” è “invece soltanto un brandello di bufera”(7). Bufera è ciò che vuole Lilith: prenderti nella modesta idea del tutto che ti insegnano: quella che redime in una virtù plastificata o deborda in una fame smodata. Lilith vuole tutto a partire dalla tua morte che con un atto puramente conclusivo ti sancisca la libertà del tutto, attraverso la bufera che fa cozzare entrambe, fino alla distruzione o alla rinascita. In questa desolazione prenatale di feto adulto (8) un vento elettrico carico di polveri, ti riempie bocca occhi e diventi un residuo che non guarda agli elementi ma è elemento, cosa satura di cose, una conchiglia ricolma di cui si avverte la punta spezzata sotto il piede. E forse rinasci o forse no, rimani mezza sepolta per ancora un decennio, finché un’inavvertita biologia sposta di poco un granello. E accade, può accade davvero che si dorma di tutta l’estatica bellezza di una maschera funeraria o si nasca al proprio speciale odore. La spiritualità per antica tradizione si incarna in un profumo, un avvertimento olfattivo di prossimità invisibili. Così vedo la spiritualità femminile e laica. In una delle sue pagine più belle Fernando Pessoa invece disegna così una spiritualità laica e virile “ogni uomo che debba aprirsi una via verso l’Alto, incontrerà di continuo ostacoli incomprensibili. Se fosse solamente per gli ostacoli che si frappongono al cammino e che spronano per il pericolo o per la resistenza immediata, andrebbe tutto bene e gli ostacoli stessi sarebbero uno stimolo a procedere. Ma egli ne troverà altri: gli ostacoli subdoli, che fanno male e piegano; gli ostacoli suadenti, che stordiscono e ammalino; gli ostacoli affettivi, che come accadde a Orfeo, lo indurranno a voltarsi verso l’Averno proibito. Lo attornieranno non solo impedimenti duri, come quelli eretti a ostacolo dalle rocce ma anche impedimenti morbidi, come il ricordo delle valli e della case ai piedi dei monti” (9). Un uomo che ambisca alla propria consona altezza, ascende. Un cane che alza il muso e ulula l’istinto che lo lega alla luna è un soldato che affronta, non importa se la sua follia o il mondo. Ma se l’uomo svetta, la donna incarna un suo afrore che la lega indissolubilmente alla terra. Entrambi soggiacendo a un imperativo assoluto. L’ostacolo mondano, affettivo, subdolo, morbido spinge l’uomo a una corsa canina che passando attraverso le cose le trascenda, come ostacoli, allo scopo di compiere istintivamente il suo carisma qualsiasi esso sia. Lo spirito femmineo si compie avvinto ad altro moto. Euridice è morte, cioè è libera anche dalla volontà di Orfeo che la vuole viva, Ermes la libera definitivamente dalle bende, per non più seguire Orfeo sulla vetta ma per perdersi nella pianura conchiusa dell’impedimento, né inferno né paradiso, limbo sotto il suo piede nudo. Euridice volta non alla vetta e non attratta dai bagliori infernali, come una falena suicida, ma avvinta all’orizzonte, incarnata nella terra che mangia e evacua per battezzarsi gli intestini con l’unico moto che l'infinità del tempo le abbia concesso.
(1) Magli I., Il mulino di Ofelia, Bur 2007, p.52
(2) Rilke R. M., Poesie 1907-1926, Einaudi 2000 p. 109
(3) Citati P., La luce della notte, ed. CDE 1996, p. 36
(4) Ovidio, Metamorfosi, Einaudi 1994, p.389
(5) Rilke R. M., Poesie 1907-1926, Einaudi 2000 p. 113
(6) Rilke R. M., Lettera a Caroline Schenk von Stauffenberg cit. Commento, I Sonetti di Orfeo, Poesie 1907-1926, Einaudi 2000 p.685
(7) Wisława Szymborska da web
(8) Pier Paolo Pasolini, una disperata vitalità da web
(9) Fernando Pessoa, Pagine esoteriche, Adelphi 1997, p.117